Ridurre l'orario di lavoro è una scelta politica nell'interesse della collettività

"Sono sfaticati!", "non lavorano abbastanza!", "non producono!", "sono pigri!"...

L'elenco dei luoghi comuni sui lavoratori italiani è molto lungo, frutto di anni di propaganda iperliberista che ha insinuato nell'opinione pubblica dei pregiudizi difficili da sradicare. Eppure le ultime rilevazioni disponibili sulle ore lavorate nei paesi dell'area Ocse (2016) sono molto chiare: in Italia si lavora mediamente di più che in Francia, Germania, Svezia e Regno Unito.

 

 

Si continua a ignorare (o a nascondere) questo dato, e non si mette in campo una riflessione complessiva sulle grandi trasformazioni del mondo del lavoro, degli assetti produttivi e del rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita. Le stime più ottimistiche ci dicono che oltre il 30% dei posti di lavoro in Europa verrà cancellato dall'automazione. Altri studi (The Future of Emlyment" Frey Osborne, Oxford Martin School) arrivano a annunciare la distruzione del 54% dei posti di lavoro in Ue.

 

Qualunque sarà l'influsso effettivo delle nuove tecnologie e dei processi di automazione, che già oggi coinvolge interi comparti produttivi sconvolgendo assetti e modi di produzione, appare largamente sottovalutato ed è assente dal dibattito politico. Ci si siede sulla sponda del fiume e si aspetta che le trasformazioni avvengano, per commentarle, o piangerne gli effetti. Il ritardo nella discussione politica del nostro paese è imbarazzante.

 

Ma come potremmo aspettarci che il dibattito voli alto davanti a una campagna elettorale come quella che stiamo vivendo? Tutto o quasi si gioca su proposte di breve respiro, nulla nel dibattito politico italiano ha una prospettiva neanche di medio periodo.

 

In "Utopia per realisti", Rutger Bregman ci ricorda che nel 1930 John Maynard Keynes prevedeva che nell'ormai vicino 2030 la ricchezza delle nazioni sarebbe quadruplicata e di conseguenza avremmo lavorato appena 15 ore alla settimana. Qualche anno dopo, riflettendo su questa prospettiva Asimov prevedeva un futuro di uomini "guardiani di macchine" in cui il tempo libero e la noia sarebbero diventati un problema psichiatrico enorme.

In realtà abbiamo più che quintuplicato quella ricchezza e la tecnologia ha fatto enormi passi in avanti, ma nonostante ciò chi lavora lo fa per più ore, lavora male, è pagato poco e tantissimi non lavorano. Il problema psichiatrico da affrontare non è la noia, ma l'ansia da competizione, lo stress da iper reperibilità, l'insoddisfazione perenne, la depressione di massa. Si tratta di una enorme questione sociale, e quindi politica, troppo spesso sottaciuta e mai affrontata.

Il motto "lavorare meno, lavorare tutti" non è mai stato al tempo stesso tanto attuale quanto ignorato dal dibattito pubblico.

In un paese in cui gli anziani sono costretti a lavorare fino a 67 anni e i 35enni sono a casa disoccupati, dovrebbe essere una priorità redistribuire il tempo di lavoro.

Ridurre l'orario di lavoro è una scelta politica di parte, ma nell'interesse della collettività: una scelta che risponderebbe agli interessi di chi lavora, di chi è precario, una scelta per aiutare chi un lavoro lo sta cercando e non lo trova. Si tratta di un'opzione politica opposta a quella di chi riconosce il primato dell'impresa sui diritti e sulle libertà dei lavoratori e delle lavoratrici.

Come si accennava all'inizio l'Italia presenta alcune anomalie in riferimento al rapporto tra occupazione, salari e produttività. Da un lato, un tasso di occupazione inferiore alla media europea a cui si accompagna una maggiore intensità media oraria di lavoro, dall'altro un andamento stagnante dei salari e della produttività.

Un quadro che suggerisce alcune considerazioni. In primis, nel nostro paese c'è chi lavora troppo e chi lavora troppo poco. Uno squilibrio che pesa sui salari, che crescono nel terzo trimestre del 2017 di appena lo 0,3% contro l'1,7% della Francia e il 2,1% della Germania (Eurostat). Un quadro che appare largamente segnato dalle misure di precarizzazione del lavoro varate dal governo Renzi e che sono state accompagnate dall'indebolimento degli strumenti di contrattazione sindacale sull'organizzazione del lavoro.

Non sorprende che, in un contesto di estrema frammentazione del potere d'intervento dei lavoratori sulle condizioni di lavoro, si acuiscano fenomeni di sfruttamento intensivo, con il ricorso a straordinari e la diffusione del cottimo in comparti produttivi in espansione, come l'esempio della logistica e della grande distribuzione dimostrano.

Settori che richiedono interventi legislativi volti a disincentivare il ricorso a straordinari, inasprendo il carico fiscale per le imprese e allo stesso tempo favorendo assetti di contrattazione dell'orario di lavoro, che rispondano al bisogno di flessibilità dei lavoratori e delle lavoratrici, anziché a quello delle imprese. Un discorso analogo va fatto rispetto al ruolo esercitato dai grandi oligopoli dell'economia delle piattaforme. Da Amazon, ad Airbnb ad Uber, l'uso dell'innovazione tecnologica nel campo dell'economia digitale non è materia che può restare neutra dal dibattito politico.

L'idea che la tecnologia sia un fattore esogeno ai rapporti di produzione è una straordinaria arma ideologica in mano ai colossi del capitalismo monopolistico. Questa ideologia ha prodotto nel tempo un inasprimento delle condizioni di lavoro, scaricando i costi delle innovazioni sulle condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici: aumento delle malattie professionali, crescita dello stress da lavoro correlato, fenomeni di depressione e ricorso a psicofarmaci sono l'esito di un questo modello disumano di organizzazione del lavoro.

Una riduzione generalizzata dell'orario di lavoro a parità di salario favorirebbe invece un aumento dell'occupazione in alcuni comparti produttivi, con un impatto positivo sui salari più ampio.

Pensiamo a cosa accadrebbe con un intervento strutturale nella pubblica amministrazione: in questo comparto, la riduzione dell'orario di lavoro congiunta ad un piano di investimenti per innovare la macchina pubblica, avrebbe ricadute positive anche su altri settori produttivi. Un sentiero che presuppone lo sblocco del turn over e l'avvio di un piano per il lavoro pubblico, che estenda gli ambiti di intervento della pubblica amministrazione nel complesso del sistema produttivo.

Dai trasporti pubblici, alla scuola e alla ricerca universitaria, dai beni culturali, al potenziamento delle strutture sanitarie e agli asili nido: l'ampliamento della funzione pubblica consentirebbe di ridurre l'orario di lavoro, garantendo una crescita dell'occupazione e parallelamente effetti positivi sui salari indiretti dei lavoratori privati.

Oggi sappiamo che milioni di persone rinunciano alle cure mediche perché sprovvisti dei mezzi necessari per pagare farmaci e ticket, mentre persistono e si allargano divari territoriali nell'accesso ai servizi educativi di base. Un dramma che è il lascito di una politica economica tutta orientata a ridurre la spesa pubblica, trasferendo risorse dai ceti meno abbienti alla parte più ricca del paese. Per invertire questa tendenza occorre avviare una politica d'investimenti pubblici che accompagnata a misure di riduzione dell'orario di lavoro assicuri a tutti i cittadini e specie a quelli più poveri di accedere gratuitamente ai servizi pubblici universali: sanità, scuola, assistenza.

In questa direzione, politiche di riforma del tempo di lavoro non possono non misurarsi con il superamento della legge Fornero sulle pensioni, con l'introduzione di forme di flessibilità in uscita, e con un nuovo welfare universale che garantisca continuità di reddito per chi non ha continuità di lavoro; misure che consentano una redistribuzione del tempo di lavoro lungo l'arco della vita.

Ridurre il tempo di lavoro non è però solo una questione legata al lavoro o alle esigenze produttive o di giustizia sociale: si tratta anche e soprattutto di cambiare la vita delle persone, restituire tempo di vita, tempo libero per lo stare insieme, per leggere, per fare comunità, tempo per vivere.

Come hanno chiesto dal palco dell'Ariston i ragazzi de "Lo Stato Sociale": "Vogliamo vivere per lavorare/o lavorare per vivere?". Se la risposta è che vogliamo anzitutto vivere e vivere con dignità, la soluzione possibile è solo una: ridurre l'orario di lavoro, a parità di salario.

 

Il 4 marzo si vota anche per questo. Per il nostro tempo, per il nostro futuro.