La macchina dello spettacolo e la trappola della assuefazione [banalità sparse e riflessioni sconnesse]

Stamattina mi sono svegliato con un certo distacco per il mondo esterno. Un distacco che aumenta la rabbia, non la affiefolisce. Per una settimana ho visto tutto molto più lentamente e molto più dall'esterno del solito [non ero in vacanza, ma in ospedale per un intervento (per chi non lo sapeva è tutto ok, sto bene)] e ciò mi ha dato una sensazione abbastanza netta, che avevo letto in tanti libri, su cui avevo riflettuto a lungo, ma che non avevo mai capito fino in fondo.
Siamo ad Agosto. "Ci sono meno notizie" dicono. In realtà non ci sono meno notizie, rallenta la fabbrica delle notizie, non quella dietro le quinte di cui amano parlare i complottisti, parlo proprio di quella ufficiale, della macchina dello spettacolo, quella del bla bla bla su tutto, quella per cui la democrazia è parlare di tutto e non cambiare niente, si parla così tanto che non si fa altro che rumore, nessun messaggio chiaro.
Tutti possono indignarsi. Per un gattino smarrito, per un cane abbandonato, per una partita di calcio, per i monumenti di Palmira, per i morti nel mediterraneo, per chi muore schiacciato nella stiva di una nave o nel retro di un tir.
E noi che ci indignamo per i profughi che muoiono a decine, a centinaia ogni giorno ci sentiamo migliori di quelli che si incazzano solo quando muoiono più di mille persone, e ancor di più di chi ignora tutto, e odiamo - giustamente - chi realtà, chi specula.
Ma dura tutto il tempo di un flame, del tempo che ci mette una notizia a sparire dal news feed di Facebook che così tanto condiziona le nostre emozioni, sempre più coincide con esse. È sempre stata una questione di "time decay", "con il tempo passa", ma invece di mesi o anni ora bastano dalle 7 alle 12 ore, 36 per le vicende più gravi.
 
Però accade che quando vai più lento del news feed ti accorgi che le notizie sui ripetono, inquietanti, terribili, ma soprattutto sempre uguali e quando iniziano a ripetersi così rapidamente da sovrapporsi l'inizio dell'uno alla coda dell'altro, quando mentre - guardando tutto con lentezza (ma non con  leggerezza) - hai appena appreso la notizia dei settanta morti in un tir che leggi dei duecento morti in mare. 
E nel frattempo nella sala di aspetto dell'Ospedale, nelle stanze, tra i letti si parla di tutto, ma non di questo. Neanche un commento se non qualche esternazione razzista su "questi che si permettono pure di protestare" e poi su Facebook le immagini del mare, del mediterraneo, dei cocktail, della musica, dei sorrisi e della gente che balla, le immagini di tutti noi che abbiamo avuto, nel bene e nel male delle nostre vite spesso così difficili e insoddisfacenti, la fortuna di nascere dal lato giusto del mondo, quello che tanto giusto non è, quelli per cui si passa l'estate dando per normale un viaggio "da Roma fino a Bangkok" e un volo a 200 € per Berlino è troppo costoso, ma è inimmaginabile un viaggio da Aleppo fino a Lampedusa che di euro ne costa 4000.
 
E il problema non è che noi continuiamo a condurre una vita normale cercando di essere felici. Ci provo anche io, ci proviamo tutti e dobbiamo farlo.
Quello che mi è chiaro e mi fa scrivere di getto queste righe sullo schermo di uno smartphone è che il problema non è solo l'indifferenza. Quella c'è sempre stata è sempre ci sarà. Anche nei grandi momenti della storia c'era chi restava ai margini, per paura o disinteresse. Questa democrazia è soprattutto libertà di disinteressarsi, di delegare senza dirlo: il silenzio assenso.
 
Il problema è che nella macchina della democrazia dello spettacolo più ti indigni senza irrompere nella società, senza costringere la fabbrica dello spettacolo e della democrazia a fare i conti con te, più continui singolarmente ad esprimere indignazione, più finisci per abituarti allo spettacolo, finisci per cadere vittima della assuefazione e hai bisogno di pubblicare le foto dei cadaveri dei bambini sulle nostre coste per renderti conto di quanto sia terribile quel che accade nel mondo a noi vicino. O magari vince la frustrazione che conduce più alla rassegnazione che alla rabbia. La macchina dello spettacolo nella sua forma contemporanea, rapida e implacabile, ti droga, quindi produce assuefazione. Paradossalmente chi si disinteressa o non è stato per anni esposto a tale bombardamento così avanzato che ci si bombarda da soli, potrebbe essere molto più sensibile di noi che siamo costantemente sul limite del trasformare l'indignazione in routine, in un ritornello.
 
In ogni caso il punto è non restare nelle proprie case. Irrompere nella società con forza e determinazione. Che si tratti di organizzare il conflitto e far esplodere la rabbia o il partito che costruisca l'alternativa in questo momento nel nostro paese non sta accadendo nessuna di queste cose, che non vuol dire che non si stiano facendo delle esperienze interessanti, magari anche giuste, genuinamente altruistiche e non opportunistiche, ma ne ho abbastanza di cose giuste e insufficienti, ne ho anche abbastanza di lamentarmi del fatto che siano insufficienti. 
 
Insomma tutte queste righe sconnesse scritte di getto senza rileggere solo per dire a chi le ha lette tutte che dobbiamo darci una mossa, ciascuno a suo modo, ma non solo dicendo cose giuste, non solo dando l'esempio con i propri comportamenti, non solo "nel proprio piccolo", ma nel mondo grande e terribile. Perché sarà anche vero che tutte le sfide sono politiche e tutte sono alla portata di tutti noi, sarà anche vero che "il grande e temuto mare non è che un po' d'acqua" ma ogni giorno ci muoiono decine, centinaia di persone, come noi.