La direzione da prendere: irrompere nel processo per la sinistra del cambiamento

“Non c’è alternativa”. “La società non esiste”. Osservando il mondo che ci circonda, parrebbe proprio che i due motti di Margaret Thatcher fossero profezie autoavveratesi. Il clima è “fuori dai cardini” e la società in frantumi, la guerra tra poveri divampa e la lotta di classe sembra esercitarsi esclusivamente dall’alto. Il “pilota automatico”, la resa allo strapotere della finanza, la subalternità al neoliberismo sono il comun denominatore di quasi tutte le forze politiche dominanti. Intorno a noi la barbarie avanza: guerra ai confini e stato d’eccezione nelle città del continente; bandiere nere dell’Isis sulla sponda sud del Mediterraneo, bandiere nere dei nuovi fascismi in Europa. 

 

Ma non è questo un “destino” cui possiamo rassegnarci. Non dobbiamo accomodarci nel margine residuale di una rassicurante testimonianza. Non vogliamo confinare il nostro impegno per una trasformazione radicale della società solo nei “ruoli” che le storie e i percorsi fatti finora ci hanno assegnato.

Serve organizzare una sfida a tutto campo, e senza arretrare rispetto ai percorsi che già portiamo avanti nei nostri territori e nel paese, vogliamo irrompere nei processi che puntano a reinventare radicalmente, senza presupporlo, uno spazio della sinistra in Italia.

Non intendiamo farlo per occupare una nicchia di sussistenza, piccola o grande che sia, ma per contribuire alla sua profonda innovazione e alla costruzione ambiziosa e visionaria non solo del nuovo soggetto italiano, ma di uno spazio politico immediatamente europeo, superando tanto i confini tra nazioni quanto le divisioni tra sociale e politico, rimescolando storie e appartenenze.

Non ha più senso un’artefatta separazione tra sociale e politico perché – banalmente – se il sociale è in crisi, lo spazio politico è stato prima espropriato, poi reso inservibile, svuotato di senso.

A chi ancora esita, è scettico, teme di assistere a un film già visto dal finale non proprio esaltante, diciamo: il futuro non è affatto scritto, questo è il momento e ci sono le precondizioni per provarci.

Insieme alle tante e ai tanti pronti a tuffarsi nel percorso costituente “per la sinistra di tutte e tutti” – che avrà inizio con Cosmopolitica il 19/20/21 febbraio a Roma -, non intendiamo sottrarci all’arduo compito di costruire un nuovo soggetto all’altezza della sfida.

Una forza popolare e di massa, alternativa al PD e agli altri poli esistenti. Che non definisca la propria identità rispetto agli avversari politici o sulla base di ansie governiste, ma sull’urgenza di produrre contro-egemonia, di costruire maggioranza sociale, di accumulare potere per trasformare la società, rimuovere le diseguaglianze, salvare il pianeta dalla crisi ambientale, riaprire una prospettiva di futuro in questo presente di macerie. Che sia capace di sperimentarsi da subito in ampie coalizioni civiche nelle consultazioni elettorali per il governo alternativo delle nostre città.

Noi ci saremo per costruire la sinistra del cambiamento.

Nostra patria è il mondo intero, ma il nostro campo è una nuova Europa

La retorica euro-critica di questi anni, che combinava una generica aspirazione agli “Stati Uniti d’Europa” con una forte richiesta di cambiamento dei Trattati, non regge più. Allo stesso tempo appare inutile e velleitario qualsiasi “piano B” nazionale. Le sirene del nazionalismo – che siano di destra o di sinistra – cantano una canzone di destituzione e ulteriore perdita di sovranità.

Che fare? 

Immaginare l’Europa come il punto di uscita dall’Interregno, rilanciando su tutto ciò che a livello nazionale non è possibile fare. Non perché si possa fare affidamento sull’attuale Unione Europea, ma perché nel sistema globale un qualsiasi staterello nazionale non ha voce in capitolo su argomenti cruciali. Quella con cui ci scontriamo oggi, l’UE delle banche e dei confini non è Europa.

Un nuovo discorso sull’Europa non può che essere un discorso sul futuro. L’Europa sarà lo spazio in cui provare a domare la finanza globale e a partire dal quale attaccare frontalmente lo scandalo dei 62 uomini al controllo di metà della ricchezza mondiale. L’Europa sarà lo spazio in cui liberare Julian Assange ed Edward Snowden e immaginare una nuova infrastruttura tecnologica che resista la messa a profitto di ogni flusso comunicativo e la messa sotto sorveglianza di ogni interazione digitale. L’Europa sarà lo spazio in cui costruire un modello di trasformazione ecologica della società e, da una posizione di forza, imporlo su scala mondiale attraverso trattati commerciali basati sulla giustizia climatica e sociale, e non sulla corsa al ribasso dei diritti. L’Europa sarà infine l’attore unitario, forte e autorevole di politiche internazionali di pace, cooperazione e giustizia, sganciato da antichi vincoli imperial-militari e più recenti condizionamenti energetici e affaristici, a partire dai martoriati scenari mediorientali. O non sarà.

Perché una nuova sovranità democratica si misura precisamente nella capacità d’incidere sulla definizione di sfide storiche come queste.

Ma come si costruisce potere politico a livello europeo per trasformare tante belle idee in una possibile ed efficace strategia? A costo di apparire tautologici, siamo convinti sia possibile solo attraverso la creazione di una vera forza politica che sia, insieme, europea e multilivello. 

Questi anni di crisi ci hanno mostrato tutta l’incapacità della sinistra di pensarsi e organizzarsi a livello transnazionale. Le stesse culture politiche tradizionali delle tre famiglie progressiste sono messe a dura prova dalla realtà. I partiti nazionali si sono nascosti dietro sigle impronunciabili che identificano ombrelli confederali, in cui ciascun partito mantiene la sua effimera autarchia nazionale e tutti insieme alimentano la loro tragica impotenza.

I casi di Grecia, Spagna, Portogallo indicano una strada, da percorrere insieme pena l’isolamento e l’annientamento di queste stesse esperienze: dobbiamo costruire forza europea capace di fissare l’agenda e agire come vera soggettività politica transnazionale. La politica dei “due tempi” non ha mai funzionato, e meno che mai può funzionare la nascita di un partito di sinistra nazionale che non ambisca, fin da subito, a rimescolare le carte e a cambiare, insieme a molti altri, questo continente.

La crisi climatica al centro: trasformazione ecologica per cambiare la società.

 
Giustizia ambientale e giustizia sociale sono entrambe, e in egual misura, i pilastri su cui si può reggere un reale salto di paradigma. I cambiamenti climatici e le crisi ambientali, diffuse dal piano globale al territorio nazionale, non possono più essere affrontati separatamente, ma vanno legati a nuove politiche per welfare e diritti, e a nuove azioni di programmazione economica.

Per la drammaticità degli scenari, sui quali la comunità scientifica è ormai univoca, la lotta al riscaldamento globale rappresenta al momento la più importante e potenzialmente rivoluzionaria vertenza globale. Lavorare efficacemente in questa direzione presuppone un radicale e sostanziale ripensamento del modo di estrarre e produrre, costruire e spostarsi, consumare e smaltire. Nessun timido correttivo sarà sufficiente; nè è più possibile continuare a nutrire l’equivoco secondo cui il capitalismo attuale – fondato sull’ipersfruttamento della natura e dell’uomo, caratterizzato da cementificazione, utilizzo di fonti fossili, socializzazione dei costi ambientali e sociali sulle comunità a vantaggio della concentrazione e accumulazione di profitto – sarebbe conciliabile con interventi volti a una maggior “eco-sostenibilità”. Le due scelte sono alternative tra loro: che senso ha, ad esempio in Italia, incentivare le fonti rinnovabili ma continuare a estrarre petrolio?

Dal punto di vista dell’emergenza ambientale, il nostro paese registra, da Nord a Sud, la presenza di vaste aree contaminate che necessitano pronti interventi di bonifica. Calcolando solo i SIN (Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche), in tali zone vivono quasi 6 milioni di persone, un cittadino su dieci. Le azioni di risanamento di questi luoghi devono divenire una priorità dell’agenda politica. Alla riparazione dei danni compiuti attraverso un rafforzamento dei principi di “precauzione” e di quello per cui “chi inquina paga”, occorre unire un fermo e irrimandabile blocco delle attività contaminanti: centrali a carbone, campi petroliferi, infrastrutture energetiche, discariche, inceneritori, poli produttivi nocivi e mortiferi.

Attorno alla difesa dei territori dai singoli fattori di rischio ambientale è stato accumulato nell’ultimo decennio, grazie a fenomeni sempre più diffusi di attivazione sociale, un incredibile capitale umano, di conoscenze, di ragion critica che è necessario intercettare e interpretare. In tali esperienze centrale è il ruolo delle comunità, che lungi dal presentarsi come elemento di ripiegamento e chiusura si aprono continuamente alla sperimentazione e alla produzione di nuove forme del comune. Dirimente per la prevenzione e la risoluzione delle centinaia di conflitti ambientali attivi nel territorio nazionale è perciò una profonda riforma democratica che rafforzi gli strumenti partecipativi a discapito della delega, e che leghi il concetto di sovranità a quello di territorio, rifondando su base comunitaria il governo locale.

Di fronte a queste sfide complesse le responsabilità di una politica degna sono enormi.

Un processo di transizione verso un’economia totalmente decarbonizzata non solo non è più rinviabile, ma è già possibile dal punto di vista tecnologico, oltre ad essere economicamente vantaggioso nel medio periodo. Una grande occasione di lavoro pulito e innovativo, di maggior benessere per tutte e tutti.

Ma nessun processo complessivo di conversione ecologica del modello può prescindere da fondi strutturali e pianificazione pubblica, strumenti che una nuova politica lungimirante ha il dovere di mettere in campo, qui e ora.

 

Lavoro, impresa, reddito: la nuova congiura degli eguali.

In questo processo costituente è fondamentale definire e creare il nostro popolo. Dobbiamo dire chi siamo e chi è il nostro nemico, costituire con chiarezza la differenza tra noi e il contro di noi.

Chiamiamo nostro nemico la disuguaglianza, l’1% che possiede la ricchezza socialmente prodotta, che la protegge ferocemente e la conserva trasmettendola gonfiata di generazione in generazione, facendola circolare libera da vincoli e controlli nel mercato globale dei capitali, scegliendo quotidianamente dove valorizzarla in ragione delle politiche fiscali, delle opportunità di sfruttamento, dei favori di un governo o dell’altro. 

Loro sono i custodi della diseguaglianza, noi siamo il movimento degli eguali. E dobbiamo tornare a stringere un patto tra noi, a con-giurare insieme.

Non siamo divisi o uniti sulla base della mansione e del contratto con cui lavoriamo, quale grado di precarietà subiamo, quale differenza ci distingue nell’ingiustizia. Siamo contemporaneamente operai e partite iva, facchini profughi e imprenditori delle start up, giovani giuristi demansionati e anziani con la pensione minima, studenti senza borsa di studio e ventenni nel limbo della garanzia giovani, artigiani vessati dall’assenza di welfare e dall’ingiustizia fiscale e disoccupati di lunga durata incollocabili. Siamo profughi per scelta e per obbligo, costretti a cercare opportunità d’impiego e di reddito nelle città d’Europa e ricattati da uno statuto della cittadinanza sempre meno sociale e sempre più differenziale.

Noi siamo gli eguali, loro sono l’accumulazione parassitaria di una ricchezza che, grazie all’attiva complicità della politica negli ultimi trent’anni, si è resa astratta e separata dalla democrazia come processo reale di ridistribuzione sociale del potere. Loro, e la loro politica, hanno cancellato qualsiasi mobilità sociale: chi nasce povero è oggi destinato a morire povero, chi nasce ricco avrà figli più ricchi. 

Noi vogliamo più Europa, loro vogliono più isole fiscali disomogenee in modo da usarle come temporanei grimaldelli per una miliardaria elusione fiscale. Noi lavoriamo duramente, passiamo da un contratto all’altro, ci inventiamo e reinventiamo, abbiamo studiato, facciamo impresa, alimentiamo e innoviamo quotidianamente l’economia reale, loro sono i sovrani dei “future” e degli “hedge fund”.

Per questo gli eguali devono unirsi, riconoscere e superare le differenze che li separano, divenire capaci di riconoscersi in una battaglia comune sociale e politica. Per questo è il momento che gli eguali pretendano un reddito sociale universale, una nuova fiscalità fortemente redistributiva che intercetti i reali flussi della ricchezza e non penalizzi le molteplici forme del lavoro, nuove Carte e Statuti corrispondenti al materiale riconoscimento dei diritti di tutte le figure lavorative contemporanee, un welfare adeguato alle forme di vita del nostro tempo: insomma una cittadinanza piena, difesa da una nuova politica della gente degna.

Per questo non c’è sinistra del cambiamento, se essa non è capace di incarnare un’idea e una pratica di giustizia, là dove ora regna l’ingiustizia della rendita e del privilegio.

 

Metodo è sostanza: gli strumenti dell’assalto al presente

Per realizzare tutto ciò e molto altro, patrimonio vivo di generazioni pronte ad assumersi le proprie responsabilità per partire all’assalto del presente e del futuro, c’è bisogno, oggi più che mai in Italia, di una forza politica di alternativa. 

Ce n’è bisogno per fermare la visibile tendenza alla spoliticizzazione che la nostra società, e gli stessi conflitti che la attraversano, sembrano subire. Ce n’è bisogno per restituire alle persone un’occasione di esperienza collettiva, uno strumento concreto per migliorare la propria vita insieme agli altri, una leva per rovesciare rapporti sociali sempre più violenti e umilianti. 

Una forza all’altezza della nuova polarizzazione che s’impone a livello europeo, quella tra i guardiani del neoliberismo e dell’austerità, socialdemocrazie comprese, e i cittadini impegnati a difendere la propria vita e il proprio futuro. Un soggetto che si ponga un compito: rivolgersi alla stragrande maggioranza degli abitanti di questo paese, quelli a cui questo sistema sta facendo la guerra dall’alto, e coinvolgerli nella sfida di un’alternativa radicale. Trasformare le maggioranze sociali già esistenti – e costruirle là dove non vi sono ancora – sui temi del lavoro, dell’ambiente, della casa, del welfare, in maggioranza politica.

Se questa è la sfida, e se i soggetti e le culture politiche oggi esistenti non sono stati in grado di coglierla, allora il dibattito sulla forma che questa forza politica assumerà deve partire da alcuni presupposti: nessuna barriera all’ingresso, inclusività, versatilità, capillarità. Un soggetto politico capace di accogliere le pluri-appartenenze tipiche di una società complessa, che possa incontrare le singole persone e i corpi collettivi anche su un singolo tema, su una singola vertenza, su una battaglia condivisa, che nel lavoro comune sviluppi una cultura politica capace di pensieri lunghi e densi, che qualifichi la propria presenza nel territorio, dialettizzandosi con le dinamiche sociali reali e conflittuali, mettendosi a disposizione del lavoro sociale e delle pratiche mutualistiche di resistenza e alternativa. Un soggetto politico che si conquisti con la pratica comune la fiducia di tante persone, movimenti, realtà sociali e territoriali, diventando uno strumento cooperativo di conquista del cambiamento. 

Per questo serve un percorso effettivamente partecipato che, a partire dalla scelta di netta discontinuità rispetto ai partiti esistenti, si concretizzi in una serie di iniziative in grado di coinvolgere più persone possibili, più territori possibili, più soggetti possibili: una piattaforma digitale non proprietaria, che si metta a disposizione sia del percorso nazionale verso il soggetto politico, sia dei soggetti territoriali esistenti, sia delle realtà sociali, sia soprattutto delle campagne comuni da costruire, prime fra tutte quelle referendarie, e che punti a costruire aggregazione, partecipazione e valorizzazione delle competenze rimescolando le appartenenze; una marcia del cambiamento che attraversi l’Italia nei luoghi della crisi, dei conflitti ambientali e sociali, delle resistenze per trovare e connettere le energie migliori, rovesciando le rendite di posizione; un fondo a disposizione di iniziative di mutualismo, resistenza e solidarietà, finanziato dai rappresentanti istituzionali, che metta la politica al servizio della società.

Questi gli strumenti per la direzione da prendere con coraggio: quella che ci porta fuori dalla palude di questi anni, in un campo largo e aperto, nell’assalto all’esistente, finalmente protagonisti del nostro futuro, liberi di conquistare tante e tanti altri alla passione per questa nuova impresa collettiva. Quella per la sinistra del cambiamento. 

*Andrea Aimar, Beatrice Andreose, Simone Armini, Valentina Bazzarin, Detjon Begaj, Carlo Bottos,Beppe Caccia, Luca Casarini, Raffaella Casciello, Gianni Cavallini, Domenico Chionetti “Megu”, Amedeo Ciaccheri. Daniele Codeluppi, Simone Coduti, Federico Colomo, Carmine Doronzo, Gianmarco De Pieri, Pasquale Di Napoli, Marica Di Pierri, Martina Fabbri, Moreno Ferrari, Ludovica Ioppolo, Nicola Limonta, Sebastian Kohlscheen, Francesco Miazzi, Alessandro Metz, Andreas Kohlscheen, Susanna Scotti, Giacomo Nilandi, Roberto Marinello, Alberto Marcellan, Maria Antonietta Marcellan, Marco Marrone, Lorenzo Marsili, Giuseppe Montalbano, Elena Monticelli, Mario Nobile, Mattia Orlando, Francesco Paone, Maria Antonietta Ponchia, Alfredo Racovelli, Stefano Rando, Loris Ramazzina, Manila Ricci, Claudio Riccio, Filippo Riniolo, Luca Spadon, Fortunato Stramandinoli, Gianluca Tegoni, Federica Zambelli, Lorenzo Zamponi, Giovanni Zamponi, Giorgio Zecca