Intervento al congresso di Sinistra Italiana

Cari compagni, care compagne,
 
comincio col confessarvi che molte volte in questo anno appena trascorso in cui ho dato il mio contributo nell’operativo nazionale barcamenandomi tra lavoro e impegno politico mi sono chiesto “ma chi me lo fa fare?”. Anche qui in sala tanti hanno avuto momenti difficili e sono stati sul punto di mollare tutto. E a volte è stato difficile dargli torto. Eppure siamo qui e siamo qui per ripartire.
 
Per ripartire, per cominciare una nuova storia dobbiamo anzitutto riconquistare uno sguardo completo su questo mondo ingarbugliato, che sembra così complesso, ma è invece tremendamente semplice: c’è una parte giusta e una sbagliata: da una parte miliardi di persone oppresse, dall’altra pochissimi e ricchissimi oppressori. Dire la verità su questo mondo terribile vuol dire fare i conti l’insopportabile ottimismo ipocrita di una politica che in un mondo in macerie ti racconta che va tutto bene, mentre il mondo affonda. Lo storytelling, le campagne elettorali, la ricerca del consenso ti impongono di raccontare un mondo che non c’è, per rendere sopportabile il mondo che esiste. Diceva Walter Benjamin “Solo per chi è senza speranza ci è data la speranza”. Noi abbiamo sfiducia nella sorte, nel destino, ma abbiamo una grande fiducia nella capacità degli uomini - e soprattutto delle donne - di cambiarlo. Ma per farlo ci serve abbandonare la rassegnazione e recuperare l’illusione concreta che si possa davvero cambiare il mondo.
 
 
A volte ho la sensazione che molti a sinistra più che insistere procedano per inerzia, a volte perseverando negli errori, facendo politica per abitudine più che per spinta ideale e impellente necessità. Mettiamo fine alla politica del già visto, dell’eterno ripetersi che non cambia mai nulla. Perché ne abbiamo bisogno, perché ci crediamo.
 
 
Credo che quella che comunemente è detta politica, ma ha molto più che vedere con i comitati d’affari, faccia davvero schifo. Credo che milioni di persone incazzate, disilluse provino lo stesso disgusto. Non credo che chi reagisce ad una politica arroccata che ostruisce la partecipazione popolare in nome degli interessi di pochi lo faccia per antipolitica.
Credo che la precarietà, non sia più tollerabile. Credo che si debba abolire il jobs act, i voucher, e tutte le forme atipiche divenute norma che consentono l’alta ricattabilità, i bassi salari. Credo che si debba ridurre l’orario di lavoro, garantire un reddito minimo, tutele e diritti per noi lavoratori autonomi. Credo che serva un piano straordinario per l'occupazione in particolare giovanile, legato a piani industriali e investimenti tesi alla conversione ecologica e all'innovazione. Istruzione e università gratuita. Redistribuzione delle ricchezze, tassa di successione per grandi patrimoni: giustizia e dignità.
 
 
Credo che questa Europa sia un nemico. Non credo che la risposta sia rinchiudersi nei confini nazionali. Credo che tanto per modificare i trattati quanto per uscite concordate servirebbero rapporti di forza radicalmente diversi e che per questo serva essere forza politica immediatamente europea. E per questo quell’italiana ci sta un po’ stretto.
 
 
Credo che il problema siano i 7.600 miliardi nascosti nei paradisi fiscali e non i 35 euro delle bufale sugli immigrati.
Credo che un mondo senza guerra e senza armi sia un’utopia da perseguire. Non credo che lo si possa perseguire facendosi guidare da chi nella sua vita ha autorizzato il decollo dei caccia bombardieri.
 
 
Credo che la rottura del Partito Democratico sarebbe una buona notizia. Non credo che una rottura che vede gli anti renziani rompere con Renzi schierandosi a difesa del governo fotocopia di Renzi sia una buona notizia. Non credo si possa costruire l’alternativa a Renzi votando i provvedimenti del governo che ne fa le veci.
 
 
Credo che in questi anni la sinistra sia stata sinonimo di errori e non solo di sconfitte. Fabio Mussi nella sua bella relazione ieri diceva “noi siamo quelli che in questi anni hanno tenuto il punto”. Ma possiamo forse accontentarci di aver tenuto il punto? Possiamo davvero fare un bilancio autoassolutorio di questi anni? Tanto si è sbagliato. Si sono votati provvedimenti che non andavano votati, si è subita anche nella nostra parte una subalternità del neoliberismo e della pervasiva cultura del maggioritario e della competizione. Diceva Deleuze che serve “tracciare la linea, non il punto”. Tracciamola una linea: cominci una nuova storia, servono volti nuovi, una linea chiara, un’organizzazione seria, senza settarismi, ma soprattutto senza subalternità tipici solo di chi guarda alla politica ascoltando il chiacchiericcio del transatlantico più che le chiacchiere in metropolitana.
 
 
Credo che quando il livello della polemica tra dirigenti degenera nel modo in cui è successo nelle scorse settimane i vertici non sono più da cercare in alto. Troppo nobile l’alto. Sono semplicemente distanti. Distanti dalla vita reale, distanti dalla nostra ambizione collettiva. Credo che per difendere delle rendite di posizione, bisogna avere delle rendite, e soprattutto una posizione. Credo serva essere molto differenti da quel che siamo stati in questo anno.
 
 
Credo che la politica sia così anche perché è un gioco tutto maschile, tra uomini che discutono tra loro in dinamiche machiste che riproducono le più deteriori violenze patriarcali e ridicole ansie da prestazione. Liberiamocene!
Credo che se ti muovi solo in funzione della prossima scadenza elettorale non costruirai mai un partito, una parte organizzata di società. Per farlo - come dice Pablo Iglesias - devi avere un piede nel parlamento mille nella società.
Credo però che una battaglia credibile nella società sia incompatibile con la guerra delle tessere.
 
 
Credo che si parli troppo e si faccia troppo poco sul radicamento e le periferie. Dobbiamo aprire nuove sedi, ripensare quelle che abbiamo, avviare progetti di mutualismo e radicamento, promuovendone di nostri e sostenendone di esterni. Se quest’anno i parlamentari avessero versato 1500 euro al mese da destinare al mutualismo avremmo avuto 715mila euro da investire per mense popolari, spazi di aggregazione, sportelli per i lavoratori precari, corsi di italiano per migranti... Non si perda un minuto in più.
 
 
Tutte le forze politiche in Italia assecondano il senso comune, sono proprietà di qualcuno e sono interclassiste. Non esiste una forza politica in Italia che lanci una sfida egemonica organizzando la parte più debole della società in una forza politica democratica e aperta. Credo che Sinistra Italiana non lo sia ancora ma possa diventarlo.
 
Credo che il detto grillino “uno vale uno” abbia finora voluto dire che ciascuno non conta nulla. Che decide il capo. Ma credo che finché non praticheremo fino in fondo la democrazia integrale al nostro interno non potremo dare lezioni a nessuno. Costruiamo una forza politica in cui ciascuno vale tanto.
 
 
Credo che la democrazia sia in crisi, credo che se non basta avere in mano le leve del comando figuriamoci a cosa può servire elemosinare un posticino tra i tanti che le manovrano.
 
 
Credo che nel bipolarismo dipinto dalla stampa mainstream, con da un lato Trump, Le Pen, Salvini, i Cinque Stelle e dall’altro Renzi, la Merkel, e magari Pisapia, da un lato i barbari, dall’altro i civilizzati non ci si possa accontentare di declinare diversamente il concetto di civiltà, ma serva costruire una proposta politica che strappi le fasce popolari all’inganno dei cosidetti barbari che si rivolgono al “popolo” ma di quel popolo non fanno parte e ai cui destini sono interessati. Non credo si costruisca un fronte dell’alternativa popolare e con queste caratteristiche con le manovre di quel palazzo in cui il popolo non c’è.
 
 
Si parla tanto di legge elettorale. Leggo che Pisapia parla del 40%, Renzi parla del 40%, Grillo parla del 40%. Sono tutti ossessionati dal 40%. Anche noi. Ma noi siamo ossessionati dal 40% di disoccupazione giovanile. Gli altri sono ossessionati dallo sbarramento, noi dalle barriere da abbattere, gli altri sono ossessionati dal premio di maggioranza, noi dalla maggioranza di questo paese che ha non bisogno di premi, bonus ed elemosina, ma di diritti, salario adeguato, dignità, futuro!
 
 
Credo che sia tempo di mettere da parte il bel gioco di parole sul partito e la partita perché dopo una partita ne viene un’altra, e poi un’altra ancora, e le singole partite si possono anche perdere, ma se in nome di singole partite non costruisci mai la squadra, ovvero il partito non vincerai mai il campionato.
 
 
Non credo si possa rinviare la sfida dell’organizzazione. Non credo che si possa trasformare una società liquida e frammentata con un soggetto liquido e frammentato. Credo non si possa procedere in solitudine, presuntuosi ed autosufficienti. Sinistra italiana nasceva con l’ambizione di essere la sinistra di tutti, di certo, se non vuole essere la sinistra di alcuni deve essere il motore di una grande proposta politica: un fronte dell’alternativa costruito dal basso, a partire dal programma, con le liste civiche, con gli esponenti dei comitati del no, con De Magistris, con tutte le forze della sinistra d’alternativa. Costruiamo con loro un programma chiaro e radicale in un grande percorso partecipativo. Se poi ci saranno fino in fondo cambiamenti del quadro politico potremo costruire alleanze con chi vuole abolire le riforme e cambiare radicalmente le politiche economiche e sociali di questi anni di privatizzazioni e precarizzazione. Non una lista anti renzi, ma un fronte dell’alternativa popolare. Un’alternativa di società.
 
 
Credo che troppe speranze siano state tradite. In Rimini, Fabrizio De Andrè cantava “non regalate terre promesse a chi non le mantiene” Noi dobbiamo mantenere le nostre promesse, non tradirle come troppe volte si è fatto. Ma soprattutto non dobbiamo metterci alla ricerca di altre terre, di mondi già visti, tantomeno di fantomatici “campi”, ma dobbiamo cambiare la terra in cui viviamo, la terra che abbiamo ereditato e che dobbiamo salvare da noi stessi, dall’uomo e dal capitalismo.
 
 
La sfida è enorme. Non credo basti un partito nuovo, serve un partito differente in grado di fare la differenza. Il punto non è avere la cultura di governo, ma avere la sapienza e la forza necessaria per trasformarlo. Non vogliamo prendere i treni che passano, ma costruire binari, non conquistare avamposti, guardare campi, ma aprire sentieri, strade, non vogliamo guardare il mondo, vogliamo cambiarlo.
 
 
Credo che sia difficile, non credo sia impossibile. Ci proveremo tutte e tutti insieme.