Troppe persone senza casa, troppe case senza persone Proposte sul diritto all’abitare per una sinistra (senza casa)

In Italia le case vuote sono oltre 7 milioni, più di un'abitazione su cinque, il 22,5% del totale è senza inquilini. Secondo i dati Istat, le persone senza fissa dimora in Italia sono oltre 50mila. Nel 2016 sono andati in asta 270.000 immobili di famiglie indebitate. Le procedure di sfratto nel 2016 sono state 35.336, nel 2015 erano 32.723, nel 2008 - primo anno della crisi - erano 25.108 (fonte Ministero dell'Interno).

 

Invece di attardarci in alchimie su come "costruire le case della sinistra" e "dare una casa agli elettori" perché la sinistra non si occupa sul serio alle tante case sfitte e alla tanta gente senza casa? La sinistra, popolare, credibile, alternativa, verrà da sé.

 

A questo proposito qualche giorno fa Giuliano Pisapia ha finalmente iniziato a dire qualche parola in più sui programmi intorno ai quali intende costruire il "fantomatico" progetto politico del centrosinistra senza Pd e senza sinistra. Molto ci sarebbe da dire su queste formule vuote e su progetti fuori dal tempo, ma per una volta che è possibile confrontarsi - seppur a distanza - sui temi è bene non perdere l'occasione.

 

Intervistato da Corrado Augias, Pisapia avrebbe individuato, tra gli altri, come prioritario il tema della casa. Come riporta La Repubblica che trascrive fedelmente - e dandole grande spazio - ogni dichiarazione dell'ex sindaco di Milano, la sua proposta sarebbe questa: "con quelle abitazioni divenute di proprietà delle banche da affittare a chi le abita a prezzi calmierati".

 

Una proposta che ci pare generica, se non del tutto inadeguata e che corre il rischio di ricalcare la inefficace legge sulle locazioni abitative voluta nel 1998 dall'Ulivo. La sensazione è che la volontà di riprodurre in piccolo il centrosinistra si traduca semplicemente nel riproporre come farsa le sue politiche più fallimentari.

Se la casa è una priorità è bene, però, chiedersi: come possiamo garantire davvero il diritto all'abitare, noi che proponiamo un'alternativa radicale allo stato di cose esistente?

La domanda è di grande attualità, dato che - come ci ha insegnato la bolla immobiliare scoppiata nel 2007 - la connessione tra speculazioni immobiliari e finanziarie, insieme alla continua estrazione di rendita fondiaria, restano uno dei perni dell'attuale accumulazione capitalista.

Si tratta allora di lottare contro il modello di sviluppo che David Harvey ha definito "accumulation by dispossession". Anche in un Paese come l'Italia che, tradizionalmente caratterizzato da risparmio privato e propensione all'acquisto della proprietà della prima casa, registra oggi ingiustizie sempre maggiori.

Il fatto è che troppe persone vivono nella marginalità e senza accesso sicuro alla casa, con la crescita costante degli sfratti e della guerra tra poveri. Il fatto è che un enorme patrimonio immobiliare è vuoto o sfitto e versa in stato di abbandono, con conseguenze come la negazione di spazi di abitazione e aggregazione, nonché un generale deperimento dei tessuti urbani (con danni urbanistici e alla salute).

Per dirla in sintesi: lotta agli spazi vuoti, più accesso alla casa per tutti. Come dicono da tempo i movimenti di lotta per la casa che liberano gli spazi abbandonati per darli a chi ne ha bisogno: "troppe case senza gente, troppa gente senza casa". Ma dietro lo slogan serve una proposta radicale e concreta per il diritto all'abitare.

Non serve costruire: occorre anzitutto rimediare agli scempi recenti e affermare il principio del "consumo di suolo zero". Continuiamo a occupare il nostro territorio danneggiandolo in modo pressoché irreversibile. Dal dopoguerra a oggi il suolo consumato in Italia è aumentato del 184%. A livello nazionale è consumato il 23,2% della superficie a 300 metri dalla costa. L'Italia cementifica 30 ettari di suolo al giorno, dice l'Ispra che è come se in pochi mesi avessimo costruito 200mila villette. La percentuale di suolo consumato, sull'intera superficie nazionale, è il 7,64%. La media Ue è 4,1% (ne ha parlato bene Valigia Blu a partire da una conferenza stampa Ispra).

Una questione di umanità: è urgente cancellare il "decreto Lupi" (d.l. n. 47/2014), con quel suo nefasto articolo 5 che stabilisce che "chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l'allacciamento a pubblici servizi in relazione all'immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge." Di fatto si nega l'acqua alle famiglie che invece di vivere per strada hanno occupato delle case abbandonate.

Dalla parte dei movimenti per la casa: proponiamo un'alleanza reale ai movimenti per la casa e ai soggetti in stato di bisogno. Senza dimenticare gli interventi nelle situazioni di esecuzione forzata, con il sostegno e la presenza di rappresentanti istituzionali della Sinistra che dovrebbe essere una costante, serve facilitare la nascita di sportelli anti-sfratto e di "pool" di avvocati per difendere le persone che rischiano di subire sfratti.

Chi paga: Un ruolo centrale per garantire davvero il diritto all'abitare è giocato dalla leva fiscale. Dobbiamo lottare per una riforma dell'imposizione immobiliare ispirata a progressività e giustizia sociale, per esempio tassando in modo pesante il patrimonio immobiliare sfitto dei più ricchi (e così incentivandone l'uso). L'Italia deve avere imposte patrimoniali sulle prime case di lusso, abitate da chi possiede grandi redditi e patrimoni. E poi, dobbiamo superare la vergogna della cancellazione dell'Imu su tutte le prime case, uno dei fiori all'occhiello di Renzi, denunciato di recente perfino dalla Commissione Europea.

Case ecologiche: Introdurre una vera tassazione sulla casa consente di realizzare in maniera efficace una politica di incentivi fiscali per interventi per rendere ecologiche le abitazioni del nostro paese: ristrutturazioni finalizzate a efficientamenti energetici e riduzione dei consumi sul patrimonio immobiliare esistente.

Basta case sfitte: La lotta alle proprietà assenteiste deve essere coraggiosa e incisiva. Fatti salvi eventuali obblighi di bonifica, se la proprietà, privata o pubblica che sia, si risolve in spreco di risorse e/o esercizio abusivo del diritto di esclusione, la protezione di essa deve cedere il passo all'interesse ad accedere alla casa. Questo nuovo paradigma istituzionale può concretizzarsi in due meccanismi, non in contraddizione tra loro. Da un lato, ci si può ispirare al regime delle terre incolte – la legge n. 440/1978 è ancora in vigore – e rompere un tabù, proponendo un censimento su tutto il territorio e l'assegnazione sistematica dell'uso delle abitazioni sfitte a chi ne faccia richiesta.

Dall'altro lato, è possibile mutuare previsioni esistenti in Francia e introdurre un sistema che, in presenza di prolungati stati di abbandono, faccia scattare la presunzione legale di abbandono della proprietà immobiliare e l'acquisizione al patrimonio pubblico del bene, che poi potrebbe essere usato a fini sociali.

Nella Barcellona di Ada Colau si interviene sulla proprietà immobiliare delle banche, per stare sul tema evocato da Pisapia, ma lo si fa con grande fermezza: sanzioni da 315.000 euro per ciascuna abitazione sfitta. Si colpiscono le banche e i grandi proprietari, salvaguardando ovviamente i piccoli proprietari dato che le multe riguardano solamente chi è proprietario di immobili per oltre 1.250 m quadrati.

In sintesi: la proprietà immobiliare è un bene da tutelare, ma non può danneggiare l'interesse generale e dei più deboli. Se c'è chi ha troppe case e le lascia sfitte serve intervenire. Del resto è la stessa Costituzione all'articolo 42 che dice che "la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina [...] i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti."

Questo ragionamento va calato per noi nella più ampia cornice dei beni comuni e del diritto alla città, nell'ottica di accrescere gli spazi di democrazia. Ciò significa, in concreto, riconoscere e promuovere l'iniziativa di singoli e movimenti che si attivino per contestare - anche contro il settore pubblico - speculazioni immobiliari e proprietà assenteiste, nonché per sperimentare forme nuove dell'abitare e dello stare insieme (solo due esempi: il co-housing e le social streets).

Del resto, sulla scorta di ciò che già nel 1970 Valentino Parlato notava, nella sua grande inchiesta sulla casa, "se si vuole che chi non ha abitazione possa conquistarsela e chi la ha possa riappropriarsi di un uso umano, cioè sociale dell'abitazione, crediamo che la via da seguire sia quella, nella quale il cambiamento del modo di produzione, si accompagni al cambiamento della natura del prodotto".

Anche per questo serve lanciare una grande battaglia politica per il diritto all'abitare e riportare al centro la questione abitativa come uno dei cardini della lotta per la redistribuzione delle ricchezze e contro le diseguaglianze.

 

 

 

 

(Questo post è stato scritto con Rocco Alessio Albanese: attivista, assegnista di ricerca, presso l'Università di Torino)