Google e Facebook sono troppo grandi per essere proprietà privata

Google è - tra le entità realmente esistenti - quel che più si avvicina all'immagine che abbiamo di Dio.

Miliardi di persone sono in contatto con lui. Vede tutto. Sa tutto. Legge dentro ciascuno di noi. Conosce i nostri spostamenti in tempo reale. Sa chi incontriamo. Sa cosa scriviamo, persino quel che scriviamo e poi cancelliamo senza pubblicare o inviare. Sa quante auto ci sono davanti a noi sulla strada. Risponde a tutte le domande che miliardi di persone gli rivolgono ogni giorno.

 

Facebook è la più grande megalopoli del mondo. Oltre due miliardi di "residenti" che si relazionano tra loro e producono profitti ogni giorno secondo le regole scritte - ma non pubbliche - del colosso di proprietà di Zuckerberg.

 

Ciascuno di noi ogni giorno, con un like, con una foto su instagram, compilando un captcha per dimostrare di non essere un robot o seguendo le indicazioni di google maps attivato, produce valore per queste corporation.

 

Ogni giorno tantissimi opinionisti, giornalisti e politici concentrano le proprie osservazioni su quel che avviene su internet, sui commenti degli hater, sulla violenza verbale, sul presunto decadimento culturale provocato da internet. Ben pochi però discutono di cosa sia questo fantomatico "internet" oggi. Invece di focalizzarci sui commenti degli utenti dovremmo discutere di più dello strumento su cui gli utenti trascorrono il loro tempo.

 

La domanda che, infatti, dovremmo farci e su cui sviluppare una grande discussione pubblica è: Facebook e Google non sono forse troppo grandi per essere proprietà privata? Non sto proponendo di chiedere domani all'Onu di confiscare i server di Google sottoponendoli al controllo di un'agenzia internazionale delle Nazioni Unite, ma quantomeno di iniziare a discutere politicamente di come vorremmo il nostro futuro invece di appaltarlo del tutto a Mountain View e ai "signori della Silicon Valley".

Anzitutto quando diciamo che è "troppo grande" parliamo sia del numero di utenti, della quantità di informazioni user generated, delle ore che ciascuno trascorre sul web, del valore economico delle corporation e del modo in cui contribuisce alla definizione della nostra identità e della sua rappresentazione.

Il dibattito su internet in Italia è a dir poco imbarazzante. La maggior parte degli esponenti politici ha capito a stento che è importante avere una pagina facebook ben aggiornata e discute dell'opportunità o meno di querelare chi insulta nei commenti, figuriamoci se ha capito qualcosa dei meccanismi di funzionamento della rete. Tutto è cambiato in questi anni in totale assenza di politiche di indirizzo pubbliche da parte delle nazioni del mondo occidentale.

Per comprendere la profondità della trasformazione nei modi di estrazione del valore del capitalismo contemporaneo basti pensare che nel 2006 la classifica della capitalizzazione delle più importanti compagnie del mondo per valore di mercato vedeva in ordine: ExxonMobi in testa con 362,5 miliardi di dollari, seguita in ordine da General Electric, Microsoft, CitiGroup, British Petroleum e Royal Dutch Shell.

Dieci anni dopo, nel 2016 è cambiato tutto: Apple in testa con 614,6 miliardi di dollari, il doppio della precedente capolista seguita da Alphabet-Google, Microsoft, Amazon, Facebook e solo al termine della top five troviamo Exxon con un valore di mercato quasi invariato (dati Yahoo! Finance, Forbes). Dal profitto derivante dall'estrazione di materie prime si è passati all'estrazione di valore dai dati personali di ciascuno di noi.

Come se non bastasse una importantissima fetta di questi profitti o non ha una tassazione progressiva e adeguata a una reale redistribuzione o addirittura elude la tassazione dei nostri paesi. Per esempio nel 2016 Facebook ha versato al fisco italiano 267.468 euro pari allo 0,11% dei ricavi reali grazie a un meccanismo di elusione fiscale che consente al colosso di Mark Zuckerberg di pagare le tasse in Irlanda dove l'aliquota è del 12,5% tramite la società "Facebook Ireland Limited". Di fatto queste aziende hanno grande potere, grandi profitti, pochissima tassazione, zero regolamentazione.

Nel 2017 i ricavi pubblicitari di Google e Facebook raggiungeranno quota 72,69 e 33,76 miliardi di dollari, pari al 46,6% del mercato mondiale per l'advertising digitale, negli USA ai due giganti va il 77% del totale, e in Italia siamo al 67% del controllo sul settore.

Questi numeri uniti a un'analisi dei meccanismi di funzionamento delle principali piattaforme web ci aiutano a rendere evidente quel che è successo: come spiega Morozov nei suoi testi, con un utilizzo strumentale della retorica della libertà di internet e la sua esaltazione da parte dei tecno-ottimisti (oltre che con un gran lavoro di lobbying) si è impedita una adeguata regolamentazione da parte degli stati nazionali e così si è affermato un vero e proprio oligopolio sul web e in alcuni settori un sostanziale monopolio.

Nel suo libro "Move fast and break things how facebook google and amazon cornered culture and undermined democracy" Jonathan Taplin analizza in modo molto efficace come si sia perseguito tale obiettivo monopolistico e quanto la cultura economica alla base della Sylicon Valley sia onnivora e funzionale alla costruzione di pericolosi monopoli.

Internet oggi non è affatto uno spazio libero e orizzontale che promuove confronto, diffonde conoscenza e rafforza la democrazia. Internet è ormai soprattutto uno spazio verticale e chiuso in cui grandi corporation sfruttano le nostre relazioni sociali, le nostre interazioni, la nostra produzione volontaria e gratuita di contenuti per estrarre plusvalore, mettendo al bando l'anonimato, scambiando l'accesso a servizi apparentemente gratuiti con la nostra disponibilità a monetizzare ogni dato sensibile sul nostro comportamento, i nostri gusti e desideri, le nostre relazioni, le nostre idee.

Come scrive Fabio Chiusi su L'Espresso "mentre la Silicon Valley ci culla con la promessa di ogni sorta di meraviglia [...] ciò che otteniamo sono monopolisti di dati che ammassano ricchezze e producono disuguaglianze senza precedenti."

Ma la rete deve per forza essere quello che è diventata su spinta del capitale e in assenza di politiche pubbliche? La risposta evidentemente è no, molto si deve e si potrebbe cambiare.

Può la principale infrastruttura di comunicazioni del mondo e quindi anche dell'Europa e del nostro paese non essere soggetta ad alcun indirizzo pubblico? Possibile che si sia ceduto ogni strumento di comunicazione e dato di ciascun utente e cittadino a grandi compagnie che tutelano esclusivamente il proprio interesse?

Portiamo la riflessione alle estreme conseguenze e consentitemi la provocazione paradossale: cosa accadrebbe se HuffPost decidesse di condurre una imponente campagna stampa perché Google paghi più tasse sui propri profitti? Google potrebbe reagire e modificare - senza che nessuno lo venga mai a sapere - una qualunque variabile nei propri algoritmi che regolano la ricerca da parte degli utenti per far crollare il ranking del sito, facendo così diminuire drasticamente le visite e di conseguenza le entrate pubblicitarie mettendo in ginocchio la testata.

Ovviamente "dichiarare guerra" sarebbe un rischio troppo elevato e non conveniente, per avere miliardi di utenti bisogna essere affidabili e riconosciuti come neutrali e credibili; non a caso lo storico motto di Google era "don't be evil", non essere il male, da due anni cambiato in un più banale "do the right thing", fa la cosa giusta (ma giusta per chi?). Il fatto che non accada nulla di simile non vuol dire che non sia tecnicamente possibile.

Questa speculazione in stile black mirror (se ne potrebbero fare molte altre) ci serve da monito: abbiamo a che fare con soggetti in grado di orientare, se non addirittura di decidere, come dobbiamo scrivere, cosa dobbiamo leggere, con chi dobbiamo interagire, di quali argomenti dobbiamo discutere, e quindi anche cosa dobbiamo votare.

Possibile che quantomeno il loro funzionamento non debba essere sottoposto ad alcuna decisione democratica? Possibile che non esistano leggi serie sulla privacy che consentano agli utenti di non dover inviare a dei server privati in tempo reale informazioni sulla propria vita per il solo fatto di possedere uno smartphone? Possibile che sia quasi più facile mettere in discussione una legge dello Stato che le impostazioni di default nell'accettazione dei dati personali? Possibile che nel dibattito politico non si discuta mai della possibilità di progettare e realizzare infrastrutture web e servizi pubblici, magari a livello europeo, concorrenziali per efficienza con le grandi piattaforme, ma non piegati alle logiche del profitto e con un alto livello di tutela della privacy degli utenti?

Anche nei contesti in cui vengono - erroneamente - privatizzati i servizi pubblici essenziali, dall'acqua ai trasporti, lo Stato introduce linee guida e di indirizzo su come questi debbano funzionare.Nel caso del web le leggi che regolano il funzionamento di questa infrastruttura non solo non sono frutto dei parlamenti e dei governi, ma lo Stato in tutte le sue articolazioni non è minimamente a conoscenza dell'algoritmo e degli effettivi meccanismi di funzionamento delle piattaforme, così come dell'uso che viene effettivamente fatto di dati sensibili di milioni di nostri concittadini.

Il web ha questa natura perché riflette i rapporti di forza nel capitale, ed evidentemente con tali rapporti di forza una discussione sulla proprietà pubblica delle grandi piattaforme rischia di essere puramente utopica, eppure è un tema su cui c'è bisogno di concentrare energie politiche e intellettuali perché non esistono soluzioni semplici dato che la loro ricerca si intreccia con la natura degli stati nazionali e dell'assenza di attrito, dell'incapacità e mancanza di volontà di incidere e modificare quel che avviene nel mondo dell apparentemente inafferrabile intreccio tra web e finanza.

Di certo però per le piattaforme che violano ogni giorno la nostra privacy tutto deve essere visibile e pubblico eccezion fatta per i loro privatissimi algoritmi, server, e utilizzo dei dati personali.

Come spiega Nick Srnicek in questo recente articolo sul Guardian intitolato "Abbiamo bisogno di nazionalizzare Google, Facebook e Amazon" queste piattaforme hanno raggiunto una massa critica di utenti tale per cui la competizione con altre piattaforme concorrenti è totalmente fuori scala, l'impatto sulle nostre vite così grande, il loro potere monopolistico così avanzato che diventa nuovamente impellente l'esigenza politica di riprendere il controllo su Internet conquistando una gestione pubblica e democratica di quella che è una delle infrastrutture principali del nostro tempo.

 

È tempo che la Sinistra in Italia, in Europa e in tutto il mondo inizi ad affrontare con maggior coraggio questo tema.