Amazon, il braccialetto elettronico e la punta dell'iceberg


In queste ore dopo la notizia di un brevetto di Amazon per un braccialetto sul controllo a distanza dei lavoratori in tanti si sono affrettati a intervenire parlando di "inaudita vergogna". Lo hanno fatto anche coloro che dei diritti dei lavoratori non si sono mai interessati se non per cancellarli. Altri si sono affrettati a parlare di fake news. Io preferisco parlare di quel che c'è oltre la punta dell'iceberg. 

Nel 2006 la classifica della capitalizzazione delle più importanti compagnie del mondo per valore di mercato vedeva in ordine: ExxonMobi in testa con 362,5 miliardi di dollari, seguita in ordine da General Electric, Microsoft, CitiGroup, British Petroleum e Royal Dutch Shell.

Dieci anni dopo, nel 2016 è cambiato tutto: Apple in testa con 614,6 miliardi di dollari, il doppio della precedente capolista seguita da Alphabet-Google, Microsoft, Amazon, Facebook e solo al termine della top five troviamo Exxon con un valore di mercato quasi invariato (dati Yahoo! Finance, Forbes). 

Dal profitto derivante dall'estrazione di materie prime si è passati all'estrazione di valore dai dati personali di ciascuno di noi. C'è chi erroneamente parla di economia "virtuale". Senza dubbio è vero che la finanziarizzazione e la speculazione, insieme alla grande elusione fiscale è determinante per una fetta importante di quel valore di mercato, ma l'impatto sulla cosiddetta "realtà" è enorme. 

I prodotti dell'economia "virtuale" impattano sulla "economia reale" trasformando la realtà stessa, cambiando drasticamente le modalità di relazione e di lavoro in ogni ambito, imponendo tempi, ritmi e reperibilità costante. 

Internet è sempre più uno spazio divorato da soggetti che tendono all'essere monopolisti di settore, Amazon avrà persino un impatto diretto sulla forma delle nostre città, mandando in crisi il piccolo commercio e perfino la grande distribuzione se non si saprà pensare a una politica pubblica finalizzata a intermediare tra e-commerce e piccoli commercianti senza un sistema che scarichi su di loro e sui lavoratori della logistica tutte le "esigenze competitive". Se esistesse ancora un dibattito pubblico sulle politiche industriali potremmo confrontarci sul fatto che un ruolo potrebbe giocarlo una versione profondamente trasformata di Poste Italiane. 

Il magazzino e il sistema di logistica di Amazon che tanto ci impressiona quando leggiamo i racconti dei ritmi e dei meccanismi di controllo o quando parliamo con i lavoratori dei magazzini in Italia e all'estero è in realtà semplicemente una rappresentazione realizzata senza alcun pudore di quel che avviene ormai in larga parte dei luoghi di lavoro, in cui la reperibilità che prima valeva solo per i medici e figure affini è stata ormai estesa ad ogni figura lavorativa che a qualunque ora del giorno e della notte può ricevere messaggi del proprio capo, richieste di svolgere mansioni a distanza o a modificare gli orari. 

Le spunte blu di whatsapp quando si riceve un messaggio del proprio capo non sono anch'esse una forma di braccialetto elettronico? Se ci scandalizziamo giustamente per i livelli di controllo a distanza e monitoraggio non dovremmo forse preoccuparci di introdurre nel diritto del lavoro norme più chiare a tutela del lavoratore, al rispetto degli orari (oltre che alla loro riduzione), e soprattutto arrivando a sancire il "diritto alla disconnessione"? Proviamo ad alzare un po' il dibattito di questa banalissima campagna elettorale incapace di guardare alle profonde trasformazioni della nostra società? 

[Il grafico qui sotto è preso da "move fast and break things" di Jonathan Taplin. Leggetevelo perché è un libro molto interessante.]
 
 
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