Prima del voto: uno strano appello

In campagna elettorale tutti rincorrono il buon umore degli elettori. Sorridiamo tutti. Ostentiamo risate e positività. Tutti presentano agli elettori la propria ricetta per la felicità. 
Gli spot elettorali sembrano quelli del Mulino Bianco, le tribune elettorali sono colme di promesse di un futuro radioso, i confronti tra candidati una gara a chi porterà più gioia nella tua vita.

 

Per fare ciò si rimuove la realtà, si elude il dibattito sulle cause della situazione, l'analisi del mondo in cui viviamo e delle grandi e drammatiche questioni che ci riguardano.
Ad esempio in campagna elettorale non puoi parlare del fatto che a causa dell'inquinamento frutto dei modi di produzione e consumo capitalistico il pianeta rischia il collasso. Chi parla del rischio di estinzione della specie umana non prende voti. È una Cassandra che diffonde solo ansia. 
"La gente vuole essere felice, devi sorridere".

Ma io in questi giorni di campagna per strada, non ho incontrato gente felice. Ho incontrato persone rabbiose, incazzate, deluse, rassegnate. 
La politica dovrebbe servire a proporre soluzioni ai problemi che danno origine a questi sentimenti. E invece spesso la cosiddetta politica li alimenta e cavalca, ne è causa, oppure, più semplicemente, finge che questi stati d'animo non esistano, non li racconta, li rimuove; di sicuro non li affronta. 
Il caso maggiore di rimozione dal dibattito pubblico riguarda la depressione e in generale ogni forma di malessere psichico. Non se ne parla tra le persone, non se ne parla tra amici, figuriamoci se a parlarne sono i candidati...
Eppure secondo l’OMS 4,5 milioni di persone in Italia soffrono di depressione. 
Tante altre probabilmente hanno lo stesso problema, ma non lo sanno dato che non lo hanno mai affrontato o potuto affrontare. Perché lo psicologo è un lusso. La depressione non è considerata una malattia. E se ne parli con i tuoi amici ti guardano strano. 
Anche per questo serve un sistema sanitario pubblicco, universale e gratuito che consenta a tutti, indipendentemente dalla condizione socio-economica, le cure psicologiche e psichiatriche di cui hanno bisogno. Serve assumere psicologi che si occupino del benessere psichico dei singoli e quindi della collettività. Serve fare molto e noi a sinistra dobbiamo imparare a parlarne di più, ma soprattutto ascoltare di più, studiare e approfondire il tema. Per riuscirci serve che “la politica” non rimuova dal proprio dibattito i problemi considerati scomodi.

Perché parlo di depressione a pochi giorni dal voto? 
Perché è la malattia tra le socialmente meno accettate, quella di cui la politica parla meno, nonostante il cosiddetto “disturbo dell’adattamento con umore depresso” sia “la più politica” delle malattie. 
Lo è anche perché viviamo nel tempo dell’ansia. Dell’ansia da prestazione, dell’ansia della reperibilità, dell’ansia del risultato, dell’ansia del futuro. 
Tutti noi, specialmente noi che abbiamo trent'anni, viviamo nella stessa condizione.

Siamo stati collettivamente educati, quasi prodotti in modo seriale: dobbiamo competere, dobbiamo arrivare, dobbiamo diventare, qualcosa, qualcuno. Rapidamente e senza risparmiare colpi bassi: gli uni contro gli altri. Non ci riusciamo, non siamo felici, ci dicono che è colpa nostra. Siamo maledettamente infelici perché il lavoro è precario e non pagato, le tutele inesistenti, la casa inaccessibile, perché non siamo indipendenti, perché per esserlo dobbiamo fare una vita di merda, 
Dobbiamo fare i conti con una realtà molto diversa dal mondo che ci era stato promesso: grandi aspettative, grandi delusioni.
Mark Fisher in un suo noto scritto intitolato “buono a nulla” racconta le cause della propria depressione analizzando il ruolo di quello che lui stesso chiama “potere sociale”, ovvero gli elementi strutturali che determinano il passaggio dalla depressione dei singoli alla “depressione collettiva”. 
Scriveva Fisher che “una delle tattiche di maggior successo delle classi dirigenti è stata la “responsabilizzazione” del singolo individuo". Secondo questa idea "ogni singolo individuo delle classi subordinate è incoraggiato a credere che la sua povertà, la mancanza di opportunità, o la disoccupazione, siano colpa sua e solo sua. Gli individui incolpano se stessi, piuttosto che le strutture sociali.” 
È quello che ci è successo.

Quasi nessuno ha il coraggio di ammetterlo. Sorridiamo. "Sorridi! La tristezza - ci ripetono - è meglio tenerla nascosta". 
E allora abbiamo smesso di rispondere sinceramente alla domanda “come stai?” 
E non domandiamo più "che lavoro fai?” a quel nostro amico che non vediamo da qualche anno. Non lo chiediamo perché sappiamo quanto quella domanda possa aprire una voragine. Dobbiamo raccontarci positivi, vincenti. Non possiamo parlare della nostra disoccupazione, del lavoro non pagato, del curriculum che si riempie di esperienze, mentre il conto in posta che si svuota. E magari vorremmo un figlio, ma non riusciamo neanche a pagare la stanza in affitto, mentre in tv tutti parlano di giovani e famiglia.

Io di ansie ne ho un sacco. Ho sempre il timore di non essere all'altezza delle aspettative che tanti hanno nei miei confronti, ho timore di sbagliare o ancora di più ho paura di cambiare, di imbrutirmi, inaridirmi, smettere di ascoltare gli altri. 
Ho paura di essere troppo concentrato su alcune cose e perennemente distratto su altre, preso dalle mille cose da fare e non essere capace di prendermi cura delle piccole cose, di restare umano.

Ho però la certezza che se “il potere sociale” ci schiaccia, se l’ansia ci opprime, la soluzione non può che essere collettiva. Dobbiamo parlare delle nostre paure senza timore di dover dimostrare qualcosa a qualcuno o ostentare una forza che da soli non abbiamo.
La forza di cui abbiamo bisogno, invece, la possiamo trovare solo nella politica intesa come il “sortirne insieme”. È questo l’unico antidoto. Unirsi. Guardarsi in faccia, usare meglio il nostro tempo, scegliere la propria vita, e cercare soluzioni collettive e non scorciatoie individuali, liberarci collettivamente da questa palude di rassegnazione, ricattabilità e insoddisfazione, lottare provare e riprovare. Trovarci assieme per "prendere a calci il presente" con tutta la nostra intelligenza e con tutta la nostra determinazione.

In queste settimane di campagna elettorale ho provato a fare questo, correndo da una parte all’altra d’Italia, parlando con i compagni di sempre e con gli sconosciuti fermati per strada, cercando di rompere la diffidenza e facendo i conti con il legittimo disgusto di tanti nei confronti della politica. È una sfida che mi entusiasma e rende felice. La lotta per cambiare il mondo in cui viviamo e la ricerca della felicità per me hanno sempre coinciso.
C’è chi, come me, sta vivendo questa campagna elettorale come una esperienza straordinaria, e chi (siete tanti) spera solo finisca presto questa fase e arrivi il 5 marzo. Comunque la si pensi sulle elezioni ricordate che la politica non è solo il voto. L’invito che vi faccio è a strappare con le unghie e con i denti la politica dalle mani di coloro che l’hanno resa questo triste spettacolo, conquistare a spinta spazi, e rendere di nuovo la politica lo strumento utile a cambiare le nostre vite.

Per me la politica è questa cosa qui. Scavare dentro sé stessi, far emergere quel che ci accomuna, riconoscersi simili agli altri, organizzarsi per cambiare tutto.