Il voto conflittuale e la democrazia agonistica: la sinistra e l'alternativa nella Terza Repubblica

Sono passati più di due mesi dalle elezioni politiche e mentre si svolgono le trattative per la formazione del preoccupante governo gialloverde, la sinistra politica è sostanzialmente sparita: afona, ripiegata stordita da un risultato che da qualunque punto di osservazione lo si guardi non può che risultare disastroso. Le posizioni di molti dirigenti politici oscillano quotidianamente a seconda dei cambi di scenario, e le proposte in campo a sinistra hanno il fiato corto e si basano su letture superficiali e inefficaci, come è ovvio che sia quando la strategia viene impostata sul solo e velleitario obiettivo di sopravvivere e difendere l'esistente.

 

Non sappiamo ancora quando si tornerà alle urne, ma sappiamo bene che in questo quadro politico rischiamo di trovarci davanti a un ballottaggio Salvini - Di Maio.

Sappiamo inoltre che qualora si dovesse formare il governo gialloverde ci sarà un'opposizione politica e mediatica da parte di una indistinta coalizione anti-populista in difesa dell'establishment, dei vincoli europei e della conservazione. Tra i suoi principali esponenti avremo Renzi e Berlusconi, demagoghi inattendibili e irresponsabili che indosseranno la surreale maschera dell'argine al populismo.

Il loro principale obiettivo è il logoramento degli avversari politici, anche se questo volesse dire passare sulla pelle dei cittadini italiani. Non è un caso che Renzi, dall'opposizione, chieda l'applicazione del programma degli avversari invece di provare a fermarli, compito che si addice a chi è ostile a un governo. In questo scenario chi immagina di ricostruire il centrosinistra progressista e non subalterno al neoliberismo partendo dalla comune opposizione parla di proposte fantascientifiche e irrealizzabili.

Dentro questo quadro la sinistra non c'è. In molti ritengono comprensibilmente che se si tornasse subito al voto la sinistra non abbia alcuna possibilità di sopravvivenza.

Ma il problema riguarda solo la prossima tornata elettorale? O forse la questione rischia di avere a che fare con questioni più profonde che riguardano la natura stessa della democrazia? Il punto su cui concentrare la nostra riflessione dovrebbe essere: "Perché dovrei votare la sinistra?" E prima ancora "A cosa serve votare?"

Le istituzioni con maggior potere non sono democratiche e quelle democratiche non hanno potere. Anche per questo autoconfinarsi nella dimensione della rappresentanza è un errore grave, al pari del rinunciarvi. Da un lato c'è chi costruisce progetti politici intorno al proprio gruppo parlamentare nella piena autoreferenzialità e dall'altro chi ritiene secondario averne uno, perché "L'obiettivo non è superare lo sbarramento". Sono due facce dello stesso errore.

Il punto è a cosa serve la rappresentanza e in che modo prendi parte allo scontro elettorale, con quale strategia e con che capacità di guardare lontano.

Siamo nel pieno della crisi delle democrazie liberali e dobbiamo fare i conti con quella che Ernesto Laclau e Chantal Mouffe hanno definito politica democratica agonistica. In questo quadro da un lato è necessario utilizzare le istituzioni come cassa di risonanza e le elezioni come terreno di battaglia per indirizzare il senso comune. Dall'altro lato, se si vuole che tale uso sia funzionale alla conquista di rapporti di forza duraturi serve un'organizzazione collettiva che dia continuità all'iniziativa politica, con leadership efficaci e riconoscibili, processi democratici e percorsi di co-decisione, campagne tematiche martellanti su punti chiari e divisivi e soprattutto di una strategia chiara che non oscilli continuamente.

Basare progetti elettorali senza respiro sul solo obiettivo di conquistare un pugno di rappresentanti nelle istituzioni con diritto di tribuna o poco più è inutile. Riconsegnare la sinistra d'alternativa alla subalternità al Pd è dannoso. Isolarsi ciascuno nel proprio orticello non ponendosi il tema dei rapporti di forza è deleterio. Di certo perseverando sulle strade fin qui intraprese possibilità di sopravvivenza non ce ne sono.

Qualunque proposta di continuità, conservazione e moderazione era ed è destinata a essere spazzata via dal voto popolare.

Qualunque proposta non agonistica, cioè priva di un piano per la conquista del consenso di massa e rinunciataria rispetto alla lotta per il potere e nel potere verrà sempre più ignorata dagli elettori.

Possiamo leggere queste tendenze in quel che è già scritto nei dati e nei fatti che troviamo leggendo il voto del 4 marzo e quello del 4 dicembre. Il voto del referendum costituzionale e quello delle elezioni politiche rappresentino due ondate della stessa mareggiata. Stessa linea di frattura, stesso messaggio: cambiare tutto.

Eppure a sinistra c'è ancora chi si illude e distingue tra il voto referendario ("Un sussulto d'orgoglio democratico in difesa della Costituzione più bella del mondo") e il voto delle elezioni politiche ("L'avanzata dei barbari populisti"). C'è stato un cambiamento strutturale del terreno di gioco politico che è alla base del momento populista. È il prodotto del divorzio su scala globale tra democrazia e capitalismo. Sulla democrazia e le sue istituzioni si riverberano, consapevolmente o meno, tutte le storture del sistema economico e delle diseguaglianze che esso produce, i frutti della rabbia e della frustrazione di milioni di persone che subiscono gli effetti di questo sistema iniquo.

È una faglia profonda, che riguarda in modi differenti l'intero occidente, una trasformazione non reversibile: i personaggi e i soggetti politici potranno anche cambiare più rapidamente di quel che si immagina, ma le caratteristiche strutturali del gioco populista saranno durature nel tempo, mutando la natura stessa dei meccanismi democratici.

Cosa dovrebbe spingere un cittadino, un lavoratore, un disoccupato a delegare la rappresentanza a un partito politico nel 2018? Se su tutto quel che mi succede attorno e leggo sui giornali posso costantemente esprimere la mia idea sui social network, con la percezione (falsa e illusoria, ma appagante) di aver parlato al mondo intero, che senso ha delegare a qualcun altro il compito di rappresentare quelle idee? Nessuno.

La rappresentanza testimoniale non è, infatti, un bisogno sentito, ma è presente, invece, una forte domanda di battaglia politica, di "agonismo". Altro che fine della politica!

Non viene delegata la rappresentanza, ma il compito di esercitare il conflitto.

Sulle pareti di Roma c'è ancora qualche manifesto abusivo di CasaPound. Nonostante il meritorio impegno di chi ha provato a strapparli si legge ancora "Vota più forte che puoi".

È a mio parere lo slogan che meglio descrive quel che è successo nelle urne del 4 marzo e in quelle del 4 dicembre. Milioni di italiani, spinti dalla voglia e dal bisogno di un cambiamento profondo –schierandosi contro i signori che ci avevano spiegato che "Le elezioni si vincono al centro"– hanno votato "più forte possibile", ovviamente quasi ignorando i neofascisti dello zerovirgola, e saltando a pié pari la sinistra nelle sue molteplici e inadeguate articolazioni, per andare direttamente nelle braccia di Movimento cinque stelle e Lega (Nord).

Sentiamo spesso parlare di voto di protesta, ma questa definizione generica non coglie il punto centrale del voto e delle sue caratteristiche. Con buona pace di chi sostiene che abbiano vinto alcune proposte politiche (il reddito di cittadinanza al Sud, la flat tax al Nord) i programmi non hanno avuto quasi nessun ruolo.

Oggi il contratto di governo si presenta come una giustapposizione di punti, anche contraddittori tra loro scritti in modo tale che ciascuno possa trovare condivisibili una decina di singoli temi, come se non contasse nulla la visione complessiva e non ci siano questioni tra loro incompatibili.

In quel grande e caotico mercato chiamato campagna elettorale in pochissimi si fidano dei partiti, e nessuno o quasi crede più alle promesse elettorali. I punti programmatici sono purtroppo un contorno utile a arricchire la trama dello spettacolo, e contano certamente meno del "tono di voce" e della credibilità degli attori.

I milioni di persone che hanno votato contro le larghe intese i loro partiti e la "stabilità" non lo hanno fatto sulla base dei punti programmatici. Non hanno scelto sulla base della composizione territoriale delle liste, ignote alla grandissima parte dei cittadini. Lo hanno fatto, appunto, per votare più forte possibile, per fare male "al sistema".

La dicitura "partiti antisistema" riferita alle due forze politiche vincitrici non vuol dire, infatti, che Salvini e Di Maio siano antiliberisti o abbiano una visione di società alternativa. Vuol dire che votandoli hai l'illusione di scalfire il recinto del potere, di destabilizzarlo, di determinare un esito differente da quello che si aspettavano le persone "più potenti di noi", perché puoi sorprendere chi ha sempre comandato, puoi disturbare il manovratore.

Mentre se voti a sinistra hai l'illusione o che i suoi troppo moderati interpreti non abbiano alcuna intenzione di scardinare il sistema, o che la loro versione più radicale sia troppo piccola per scalfirlo e non si pone neanche intenzione di crescere. Radicalità, credibilità e dimensione sono elementi irrinunciabili.

Anche per Cinque stelle e Lega l'inesorabile lavoro del pilota automatico la normalizzazione è in agguato e il rischio di essere percepiti "come tutti gli altri" è in agguato. Ma anche se dovesse accadere non verrà meno il tratto agonistico della politica odierna.

Si possono normalizzare i soggetti politici e i loro leader, non si può normalizzare il quadro politico in cui si svolge il conflitto. Qualunque tentativo sarà vano. Il tappo è saltato, e -come si suol dire- una volta uscito il dentifricio è impossibile rimetterlo dentro il tubetto. Salvini e Di Maio ne sono consapevoli e per questo provano a non farsi schiacciare dalla dinamica di governo per non essere divorati da questo meccanismo che divora rapidamente leaders, emozioni e credibilità politica.

Sanno che per sfuggire a tale rischio anche un accordo tra i due dovrebbe vivere dentro una campagna di ballottaggio permanente. Il conflitto tra i due può funzionare e rafforzare entrambi anche perché anche qualora dovessero perdere consensi, e preso atto del velleitario tentativo di questo Pd di riconquistare il voto di rottura, non esiste un'alternativa in grado di intercettarli.

Chi sceglie un uso conflittuale del voto vuole dare battaglia, o vuole che qualcuno lo faccia per lui inevitabilmente finirà per ignorare i soggetti politici deboli. Gli elettori, infatti, chiedono "forza politica", un peso specifico che consenta di giocare la partita vera. La forza, ovviamente, non deriva solo dal numero di voti, ma anche dal ruolo che si ricopre nel gioco politico e da come si partecipa. Ma è evidente che un problema di numeri esiste ed è ineludibile.

La questione di scala, della forza che si è in grado di esercitare, è un nodo tra i più complessi per il campo dell'alternativa e pone numerosi interrogativi a tutte e tutti noi: da un lato la necessità di evitare la frammentazione del fronte antiliberista e dargli continuità nel tempo, dall'altro l'esigenza di una omogeneità strategica e di un profondo rinnovamento che appaiono quasi impossibili nel quadro della tanto citata "unità delle sinistre".

Questo dilemma impone al campo d'alternativa la costruzione di fronti ampi antiliberisti e fortemente di rottura, leadership credibili e al tempo stesso soggetti organizzati magari più piccoli e certamente corsari in grado di condurre battaglie tematiche con maggior capacità di movimento e iniziativa nello scenario agonistico.

Il voto democratico, che in Italia mantiene tassi di partecipazione più alti della media occidentale, diventa uno strumento funzionale a esprimere il dissenso in modo conflittuale e persino violento.

Siamo nel settimo anno senza movimenti di massa. Le piazze della sinistra sono vuote, le urne pure. Se leggiamo la società con le lenti con cui l'abbiamo sempre fatto, guardando a manifestazioni nazionali, scioperi, ondate studentesche e cortei operai possiamo dire che l'Italia è ormai da tanto tempo un paese a basso conflitto sociale.

La sfiducia nel rito della piazza percepito come stanco e ripetitivo sia nella sua versione sindacale della grande manifestazione nazionale che in quella dell'estetica del conflitto vengono percepite come atti di un gioco delle parti inefficace e quindi non interessante. Ma l'Italia non è un paese pacificato, anzi.

La rabbia sociale è altissima, ma indirizzata in maniera scomposta e si esprime mediante un uso contundente del voto. Quella che Giuliano Santoro ha chiamato tempo fa "guerra civile simulata" dura da tempo e ha raggiunto una nuova fase, con la Lega e 5 stelle che si contendono la rabbia e la frustrazione di milioni di persone. Ma avanzano e crescono nei consensi senza fornire però una proposta, incapaci per scelta o per loro stessa natura, di aggredire i nodi veri del sistema (banche, finanza, redistribuzione della ricchezza..) occupano lo spazio della domanda di cambiamento, senza proporre un'alternativa complessiva e credibile alla guerra tra poveri.

Ricapitolando: viviamo nell'epoca del conflitto politico per il potere. Serve aprire l'epoca del conflitto politico per il cambiamento. Le proposte politiche, radicali nei toni, in grado di spiazzare, disturbare il potere e con sufficiente forza per far male hanno possibilità di entrare nel gioco politico da protagonisti. Lo spazio politico populista e democratico non è affatto detto che sia saturo e di sicuro il quadro politico non è stabile e può subire ancora profonde variazioni nei prossimi anni. Non in tempo brevissimo, ma è possibile. I progetti compatibilisti e moderati o quelli piccoli, deboli e velleitari non ne hanno alcuna. Un progetto politico capace di coniugare alcune caratteristiche dei cosiddetti movimenti populisti con una chiara lettura di classe della società e una determinazione nel condurre una battaglia a vantaggio delle classi subalterne avrebbe nel medio periodo la possibilità di diventare soggetto se non protagonista quantomeno parte attiva della scena politica nazionale. Di certo perseverare sugli errori e sulla strada della semplice e autoconsolatoria idea che serva "ricostruire la sinistra" così come l'abbiamo conosciuta non ci porterà lontano.

La strada per costruire l'alternativa è davvero difficile e complessa. Servono pensieri lunghi, dobbiamo alzare lo sguardo e più che concentrare le nostre energie su come salvare la sinistra che non c'è più concentrarci su quel che forse ci sarà.

Dobbiamo uccidere in culla la Terza Repubblica, quella del conflitto fine a sé stesso, e preparare l'avvento della Quarta Repubblica: del conflitto per l'uguaglianza.